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Iconografia del cibo: Definizione

Ovvero la rappresentazione del cibo nel campo dell'arte. Essa compare, fin dagli esordi dell'attività espressiva dell'uomo cacciatore, inserita nel sistema della magia e della scaramanzia. I cicli pittorici di Lascaux o di Altamira, come quelli dei Boscimani del Kalahari ci offrono gli attori e i soggetti della sopravvivenza: dall'abbondanza della caccia dipende l'esistenza stessa del gruppo, o il suo insediamento stabile. Ma il simulacro dell'animale ucciso può accompagnare anche il cacciatore nei suoi spostamenti, quando sull'utensile o sull'amuleto viene modellata o incisa la sua effigie. Analogo discorso occorre fare per il cibo degli uomini stanziali, quelli della rivoluzione neolitica che al ciclo stagionale e alla fertilità della terra affidano la speranza della sopravvivenza: ecco il pantheon delle divinità protettrici, l'affermarsi sul piano iconografico del lavoro dei campi come scansione del tempo, dell'attività umana fra pronostico rituale e norma effettiva. Questo tipo di rappresentazione accompagna l'uomo occidentale attraverso le rivoluzioni politiche e religiose fino alle soglie della modernità, fondendo astrologia e tecniche agricole, le divinità classiche con il santo cristiano. Il ciclo astrale, quello stagionale e la coltivazione dei campi, nonché la riproduzione dell'animale domestico, uniscono macro e microcosmo: la celebrazione o la stessa citazione del primo serve come guida e scaramanzia nel secondo. Procurarsi il cibo (la caccia, la coltivazione dei campi) è il primo atto di un sistema complesso cui seguono, in tempi successivi, la vendita (la bottega), la sua preparazione (la cucina) e infine il suo consumo (la tavola); tuttavia, indipendentemente dai luoghi e dalle diverse azioni indicate, la funzione propiziatoria e augurale dell'i. del c. costituisce una seconda costante che percorre epoche, costumi e gusti diversi. Bisogna inoltre considerare che il cibo viene trattato e consumato in una grande quantità di varianti, in quanto la preparazione e soprattutto il pasto a tavola costituiscono gli atti più significativi e ritualizzati, e questo sia in una dimensione ideologica, sia nella situazione pratica delle buone maniere e delle etichette. Le fonti letterarie e diplomatiche classiche e gli stessi testi della Bibbia ripetono con insistenza regole, interdetti ed esempi con una ampiezza a dir poco sovrabbondante; d'altra parte il carattere sacro del cibo in area mediterranea troverà il suo compimento nella "cena" di Cristo, e l'ordine gerarchico dei posti migrerà nel pasto del sovrano o del signore feudale, secondo un meccanismo imitativo comune all'immaginario medioevale. Fino all'età moderna la rappresentazione del cibo segue i tempi e i luoghi che si sono indicati (il lavoro dei campi, la bottega, la cucina, la tavola), con una evidente prevalenza per il soggetto religioso. Senza particolare attenzione alla filologia, la tavola sacra presenta con frequenza apparati e cibi confezionati e predisposti "alla moderna", costituendo un prezioso catalogo del mutare nel tempo degli usi e degli apparecchi del pasto. Il declino del Mediterraneo e l'affermarsi dell'Europa continentale e dei nuovi mondi d'Oltreoceano sconvolgeranno le classificazioni e le abitudini alimentari. La rappresentazione del cibo, pur non perdendo la sua portata simbolica, abbandonerà il ruolo di contorno alla figura umana centrale, per offrirsi in modo autonomo allo sguardo. I soggetti tradizionali tendono a scomparire in area cattolica; in quella protestante, in accordo con l'etica del lavoro, diventano protagonisti "nuovi" soggetti, come i mercati, mentre le stesse cucine, soprattutto nella pittura delle Fiandre, conoscono soluzioni impaginative di grande imponenza, confinando eventualmente il soggetto religioso a pretesto della composizione in un angolo ridotto del fondo. Ne può essere un significativo esempio l'opera pittorica di Pieter Aertsen o di Joachim Beuckelaer. Ma in questo genere di rappresentazione particolarmente fortunato ed esportato sia in Italia sia in Spagna, siamo alle soglie della natura morta che dedicherà al cibo e alle suppellettili della tavola un'attenzione rinnovata nella loro assunzione a unici protagonisti della scena (Vedi definizione: natura morta). Se l'i. del c. segue, fra Seicento e Settecento, l'evolversi della pittura "in posa", dall'originale valore moraleggiante di invito alla temperanza al ruolo opulento e decorativo della sua fase matura e della sua decadenza, la "cucina" o il "pasto" percorrono la storia della pittura nell'ambito del quadro di genere o in quello del ritratto, fino alle soglie della contemporaneità. Una delle prime eliografie di J.P. Niepce, del 1820 circa, presenta una tavola imbandita e accanto all'apparecchio, opulento o semplice, si siederanno i convitati borghesi di Renoir come quelli popolari delle tavole aziendali, in una continuità che ribadisce l'aspetto cerimoniale e augurale dell'illustrazione del cibo e dei commensali.

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